E alla fine arriva Mou

A cura di Giovanni Ammaturo

6 Mag, 2021

Un fulmine a ciel sereno in una tiepida giornata di inizio maggio. Nel pomeriggio di martedì con un tweet la Roma ha annunciato Josè Mourinho come prossimo allenatore fino al 2024. La comunicazione è seguita a un’altra più prevedibile e scontata: l’addio di Fonseca a fine anno. Un accordo che ha colto tutti di sorpresa dal momento che sulla panchina capitolina sempre più voci vedevano Sarri, dato in vantaggio nella volata con Allegri. Mai, fino al momento dell’annuncio, si era parlato di lui. Esonerato dal Tottenham appena due settimane fa, il tecnico portoghese torna in Italia dopo 11 anni, un paese che non ha mai dimenticato dopo l’esaltante biennio alla guida dell’Inter dove Mou riuscì conquistare un inatteso triplete.

Il post ufficiale

Un nome importante

La risposta della piazza non si è fatta attendere. Roma è diventata in pochissimo tempo infuocata, e l’entusiasmo dei tifosi ha fatto capire in breve alla società che la scelta è piaciuta. Mou rappresenta l’esperienza, la grandezza, la vittoria. Dopo tanto tempo i romanisti vedranno sedersi sulla panchina dell’Olimpico più vicina alla Sud uno degli uomini più grandi che abbiano animato il mondo del calcio negli ultimi 20 anni, ma non solo. Mourinho agli occhi della piazza assume l’aspetto di un titano, di un personaggio mitologico. Come Atlante teneva sulle spalle il peso del mondo, così lo Special One sembra essere l’unico in grado di portare da solo il peso di una piazza che con il suo chiacchiericcio e la sua instabilità ha affossato quasi tutti i tecnici che hanno messo piede a Trigoria. Anche per questo l’arrivo di un “cattivo” come lui ha generato entusiasmo.

Mourinho non ha paura di farsi dei nemici.

Ed era proprio questo, quello delle pressioni che hanno schiacciato tutti gli allenatori, il problema che non si era mai riusciti a risolvere. Mou è chiamato ora a costruire un ambiente di lavoro serio, unito e professionale che permetta alla Roma di isolarsi e lavorare per grandi obiettivi. Mourinho è uno stratega della comunicazione, un uomo capace di spostare sempre l’attenzione dove preferisce e di tenere i riflettori per sè difendendo i giocatori. Tutto quello che a Trigoria mancava da tempo. Solo due allenatori sono riusciti, dichiarando guerra a radio e giornali locali, a portare a casa risultati importanti: Capello e Spalletti. I tifosi sperano allora che come gli altri due, con pugno duro e conferenze brutali lo Special One riesca a guidare verso grandi traguardi.

Mou fa il segno delle manette

La sua fama lo precede, lo Special One è l’uomo di «io non sono un pirla» detto ai giornalisti nella prima conferenza ad Appiano. Ma è anche l’uomo delle manette mostrate a tutto il pubblico di San Siro per polemizzare contro il potere politico della Juve (che tanto ricorda il violino di Garcia). Da lui ci si aspetta quindi la personalità e il carisma a difesa della squadra. Ma soprattutto Mou è l’uomo che ovunque è andato è riuscito a mettere tutti d’accordo, ha compattato spogliatoi e convinto i suoi uomini a buttarsi nel fuoco per lui. In uno spogliatoio come quello romanista che ha vissuto troppi momenti di tensione negli ultimi anni, il tecnico lusitano sarà chiamato a portare unità d’intenti e foga agonistica.

Ovunque sia stato ha lasciato vittorie e bei ricordi, a Milano ancora lo ricordano tutti e stando a quanto raccontato da lui, si sentono ancora una squadra dopo 11 anni. Dopo la vittoria della Champions coi nerazzurri Mourinho ha dichiarato di non essere mai entrato negli spogliatoi a festeggiare con i ragazzi. Si è addirittura rifiutato di tornare a Milano con loro: «se avessi condiviso quella gioia con loro, non avrei avuto il coraggio di andare a Madrid». Mentre lasciava lo stadio, però, scorgendo Materazzi vicino al pullman ordinò all’autista di fermarsi e sceso dalla macchina corse verso il suo difensore. I due si salutarono abbracciandosi e scoppiando in un pianto insieme. Da quanto tempo a Roma la piazza sogna un attaccamento del genere alla causa?

Quando vede Materazzi ordina all’autista di fermarsi e corre verso il suo difensore. I due si abbracciano e salutandosi scoppiano in lacrime.

Ciò che fa sperare, inoltre, è il fatto che un nome come quello di Josè Mourinho significa garanzie sul mercato. Un allenatore del calibro di Mou è abituato a competere ad alti livelli e difficilmente avrebbe accettato di sposare il progetto giallorosso senza aver prima avuto garanzie di un progetto ambizioso sin da subito.

Tutti i dubbi su Mou

Se dal punto di vista “politico”, mentale e di mercato il portoghese dunque rappresenta indubbiamente una risorsa, dal punto di vista puramente tecnico allarma l’involuzione tattica a cui è sembrato andare incontro negli ultimi anni.

La linea narrativa di uno degli uomini più caratterizzanti della storia del calcio ha subito dopo l’Inter, un’involuzione incredibile. Sfidando, al Real, Guardiola e il suo rivoluzionario Barcellona del tiqui-taca, Mourinho ha plasmato se stesso e il suo calcio su un’opposizione fiera e feroce di tutti i principi professati da quel Barca (e che poi, diffusi, hanno contribuito a cambiare il gioco). Possesso palla, pressing, scambi ravvicinati sembrano essere banditi dal suo vocabolario. Nel pieno del successo Mou ha dunque dovuto vestire i panni del cattivo, la nemesi di ogni “tatticista”, fino a diventare schiavo del suo personaggio. Come se convivesse col demone di Pep, Josè ha portato all’eccesso il concetto di difensivismo, ostaggio di una mentalità vincente non supportata più da uno sviluppo tattico adeguato. Il calcio del portoghese ormai rifiuta con ripugnanza tutte le novità tattiche degli ultimi anni.

Un tifoso chiede a Mou di non “parcheggiare il bus” davanti alla porta.

Dalla sua avventura al Chelsea terminata nel 2015 Mourinho sembra essersi avviato verso la fase calante di una gloriosa carriera. Dopo l’esperienza a Stamford Bridge l’ex Inter, ingaggiato da un Manchester United alla disperata ricerca di stabilità, riuscì subito a portare a casa il Community Shields, ma la stagione non prese mai una buona piega. L’annata ai Reds fu salvata dalla vittoria dell’ Europa League, ma l’impressione che lo Special One stesse perdendo di mordente e grinta si è fatta via via più grande. Nella sua ultima esperienza al Tottenham ogni concetto si è estremizzato. Mourinho ha provato a costruire una squadra estremamente reattiva che puntava tutto su una difesa ostinata della propria area di rigore, producendo un gioco mai convincente e che non ha prodotto risultati.

Anche la sua teatrale capacità di espressione e la sua verve comunicativa danno l’impressione di somigliare sempre di più a se stesse. Il personaggio Mou rischia così di veder svanire anche la magnetica capacità di tenere saldi i gruppi e i tifosi e di indirizzare il discorso intorno alla squadra.

Quale Mourinho?

Quello che si chiedono allora i tifosi della Roma è quale Mourinho arrivi nella capitale. Il generale sfacciato e sicuro o il veterano stanco e superato? Il nemico fiero che sghignazza o un professionista appagato all’ultima grande chance? Solo il tempo e i risultati potranno dircelo. Ora la società è chiamata a fare il massimo per accontentare un vincente come lui che indubbiamente vorrà subito alare l’asticella. Ma quello che è certo è che la città desiderava un uomo come lui. C’era bisogno di un leader deciso e autoritario che non ha paura di farsi nemici, e ora lo hanno avuto.

Starà a Mou dimostrare chi è diventato questa volta.

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